Living with ruins / Vivere con le rovine
Mostra virtuale degli elaborati del corso “Roma e il Rinascimento”, Università degli Studi Roma Tre
A cura di Giorgia Aureli e Francesca Mattei
La lezione delle rovine
Nel corso dell’a.a. 2024-2025, l’Unità di Roma Tre ha rinnovato il programma del corso opzionale Roma e il Rinascimento , giunto alla sua quarte edizione e frequentato da oltre 120 studentesse e studenti. Il corso si è focalizzato sullo studio del processo di riscoperta dell’antico nel Rinascimento e sull’analisi del concetto di rovina. Questi temi sono stati approfonditi attraverso l’opera dei principali architetti attivi a Roma nel primo Cinquecento – Bramante, Raffaello, Baldassarre Peruzzi, Antonio da Sangallo il Giovane, Giulio Romano.
In una città come Roma, le rovine sono onnipresenti e si manifestano in diverse forme: da ruderi quasi irriconoscibili, consumati dal tempo, a monumenti pressoché intatti. Queste strutture hanno suscitato reazioni diverse a seconda del periodo storico. A volte sono rimaste allo stato di rudere, come “monumenti che invecchiano da soli” (M. Gras), altre volte hanno costituito lo spunto per nuove elaborazioni o sono state integrate in nuovi progetti architettonici. Oltre al loro valore materiale, le rovine assumono un profondo significato simbolico, come traccia tangibile della passata grandezza di Roma. Questo concetto, già presente nel pensiero di autori come l’umanista bizantino Manuele Crisolora (1360-1415), trova la sua piena espressione nel libro sulle Antichità di Sebastiano Serlio (1540). Segni fisici della Storia, esse “restituiscono la memoria dei morti ai vivi”, come dichiara il mercante antiquario Ciriaco d’Ancona. Quando, nel corso del Quattro e del Cinquecento, il processo di conoscenza dell’antico assume una parte centrale della formazione degli artisti e degli architetti, lo studio della rovina conquista un ruolo sempre più significativo nell’immaginario di chi si cimentava con le arti, ma anche di antiquari, umanisti e letterati, da Enea Silvio Piccolomini, salito al soglio pontificio con il nome di Pio II, a Michel de Montaigne, Joachim du Bellay, François Rabelais.
Stimolati da questa temperie culturale, gli architetti compiono sistematici rilievi dei monumenti antichi, dibattendo sulla loro forma originaria, restituita tramite il disegno. Essi, tuttavia, non si limitano all’osservazione e alla rappresentazione, ma progettano nuovi edifici in continuità con le rovine delle antichità e traggono spunto dai resti e dalla forma dei monumenti del passato per realizzare le loro opere. La rovina, dunque, assume una triplice valenza, come monumento per sé, come segno della storia e come stimolo per il progetto.
Vivere con le rovine
Nell’ambito del corso, studentesse e studenti hanno svolto l’esercitazione Vivere con le rovine. É stato chiesto loro di analizzare in modo approfondito un disegno rinascimentale raffigurante una porzione di Roma e di confrontarlo con la configurazione attuale della città, realizzando una fotografia scattata dallo stesso punto di vista ritratto dal disegno. Il titolo dell’esercitazione echeggia uno degli obiettivi del progetto VeLoCi, volto all’analisi dell'esperienza della convivenza con le rovine nella sua dimensione simbolica e materiale.
Di seguito è presentata una selezione di sette lavori svolti durante questa edizione del corso. Questi elaborati rappresentano la varietà dei temi e dei diversi approcci interpretativi adottati dagli studenti.
Osservare il Colosseo
Con il nuovo modo di vedere Roma nasce un rapporto di riappropriazione delle sue rovine: testi e disegni permettono a chi non può visitare la città di immaginare le antiche architetture nel loro splendore originario. Le rovine diventano così strumenti di studio e ispirazione per architetti e artisti, che guardano al passato per progettare il futuro. Nel Cinquecento la città appare articolata e composita, e il Colosseo ne è uno dei simboli più rappresentativi. Fatto costruire da Vespasiano e inaugurato da Tito nell’80 d.C., attraversò crolli, riusi e spoliazioni. Nel disegno cinquecentesco è visibile lo stato avanzato di degrado, con il crollo della porzione sul lato meridionale a seguito del terremoto del 1349, e la facilità con cui si poteva accedere al monumento, privo di recinzioni. Nel 1807, dopo l’ennesimo terremoto, la porzione fu consolidata da un contrafforte in muratura, come testimoniato anche dall’iscrizione papale. Nonostante tutto, la struttura nel suo complesso è rimasta in gran parte riconoscibile. A variare nel corso dei secoli sono stati principalmente lo stato di conservazione, il contesto urbano e la funzione stessa del monumento.
Bibliografia di base:
L’Arco di Tito: il significato del patrimonio architettonico
Eretto nel I secolo d.C. in onore di Tito e a memoria della vittoria in Galilea durante la guerra giudaica, l’arco sorge in un nodo urbano strategico tra Velia e Palatino, lungo la Via Sacra. Maarten van Heemskerck lo raffigura negli anni Trenta del Cinquecento nel suo assetto medievale, inglobato nel sistema difensivo dei Frangipane, con l’iscrizione appena accennata. Il monumento incornicia gli edifici del Foro e del Campidoglio, resi con segni leggeri e incerti, caratterizzati da approssimazioni prospettiche dovute a una sintesi grafica distorta, frutto di osservazioni da più punti di vista.
Il disegno documenta una fase di profonda trasformazione del Foro, con il piano di calpestio sopraelevato rispetto a quello attuale, conseguenza del progressivo abbandono della Cloaca Maxima e della perdita di un efficace regimentazione delle acque. Nel Quattrocento l’arco fu restaurato per iniziativa di Paolo II e Sisto IV, con demolizioni sul lato sud della fortezza e l’aggiunta di un contrafforte. Il piano urbano del 1536, voluto da Paolo III Farnese per l’ingresso di Carlo V, avviò una nuova valorizzazione simbolica dell’antico, attraverso demolizioni e nuove connessioni prospettiche.
L’aspetto attuale dell’arco è l’esito dei restauri ottocenteschi di Raffaele Stern e Giuseppe Valadier, che eliminarono le aggiunte medievali restituendo una lettura “archeologica”, sospesa tra anastilosi e integrazione. Nel disegno la figura umana che attraversa l’arco suggerisce un rapporto quotidiano con le rovine, in un’epoca in cui l’antico era ancora spazio vissuto, segnato da un lungo processo di trasformazione e riuso, cui l’arco si sottrasse in parte grazie alla sua rifunzionalizzazione come accesso al Palatino.
Bibliografia di base:
Riusare e riordinare le rovine: il Campidoglio tra Heemskerck e Michelangelo
I mutamenti avviati sul Campidoglio nella prima metà del Cinquecento rendono particolarmente articolato il confronto tra la veduta di Maarten van Heemskerck e la fotografia contemporanea. Oggi non è possibile riprodurre precisamente il punto di vista usato dall’autore, ipotizzabile sulla cordonata del convento di S. Maria in Aracoeli (già S. Maria in Capitolio), realizzato sui resti del tempio di Giunone Moneta. Nel disegno si distinguono il Palazzo Senatorio e il Palazzo dei Conservatori prima dell’intervento michelangiolesco – edifici di origine medievale già aggiornati nel Quattrocento secondo un linguaggio più conforme al gusto classico – ed elementi successivamente rimossi, come l’obelisco capitolino – importante simbolo di autonomia civica oggi esposto nel parco di Villa Mattei-Celimontana.
La sistemazione del Campidoglio promossa da Paolo III Farnese nel 1536 e realizzata in gran parte da Michelangelo Buonarroti è orientata a creare un nuovo complesso monumentale capace di dialogare con l'eredità classica: la sistemazione della piazza, la regolarizzazione del palazzo Senatorio con il nuovo ingresso e lo scalone monumentale, il rinnovamento del Palazzo dei Conservatori con la ridefinizione della facciata. Il confronto tra la veduta di Heemskerck e l’immagine attuale evidenzia il passaggio da una convivenza stratificata e casuale con le rovine a un progetto unitario di rielaborazione dell’antico, in cui gli edifici assumono il ruolo di “facciate museo” e di spazi civici rappresentativi.
Bibliografia di base:
La forza e l’opportunità della preesistenza
Il disegno di Giovanni Antonio Dosio raffigura una veduta prospettica dell’area dell’attuale parco archeologico dei Fori Imperiali, con l’arco di Settimio Severo in primo piano, rappresentato come appariva nella seconda metà del Cinquecento. Eretto nel 203 d.C. per celebrare la vittoria sui Parti, l’arco è restituito da Dosio con grande accuratezza formale e topografica, da un punto di vista verosimilmente collocabile presso il Tabulario, in continuità con la tradizione delle vedute rinascimentali, come quella di Martin van Heemskerck del 1535.
Il confronto con la fotografia è facilitato dalla presenza di elementi comuni sullo sfondo: la Curia Hostilia, la chiesa di Santa Martina ai Fori, la torre dei Conti, Il tempio di Antonino e Faustina, il tempio rotondo di Romolo e il campanile di Santa Francesca Romana. Nel disegno è evidente è la maggiore quota del terreno, che limita l’apertura dei fornici dell’arco, e la terminazione merlata medievale dell’attico, realizzata insieme ad altre strutture difensive tra l’IX e il XII secolo. Sotto il pontificato di Paolo III, in occasione della processione trionfale di Carlo V del 1536, il passaggio attraverso l’arco fu aperto e pavimentato al fine di creare un asse visivo con l’arco di Tito, rendendo necessari interventi di demolizione e adeguamento. Altri interventi di liberazione e consolidamento si susseguono tra il XIX e il XX secolo, fino ai più recenti lavori di conservazione condotti tra il 2020 e il 2021.
Bibliografia di base:
Il Colosseo. Tra rovine che parlano
La storia del Colosseo delinea un’evoluzione complessa, definita come una transizione da "cava di materiali" a monumento identitario. Nel Medioevo e nel Rinascimento, l’anfiteatro subì una sistematica spoliazione, divenendo una riserva di travertino, utilizzato nei cantieri avviati in Urbe, e offrendo innumerevoli pezzi antichi, che popolavano le collezioni. Nel corso del tempo, il monumento ha assunto vari significati e ha ospitato numerose funzioni: da "tempio dei demoni", secondo la denominazione con cui era noto nel Medioevo, a modello di studio per gli umanisti della prima età moderna, fino alla sua integrazione nel percorso della Via Crucis, istituito da Benedetto XIV nel 1744. Se nel Cinquecento, l’edificio appare in uno stato di evidente degrado, nonostante la presenza di orti e stalle dimostrino la vitalità del luogo, durante l’Ottocento si configura un processo di tutela del monumento. Gli interventi di Giuseppe Valadier e di Raffaele Stern, che intendevano distinguere criticamente le parti originali da quelle restaurate, diedero avvio alla conservazione consapevole dell’opera architettonica. L’immagine attuale del Colosseo rende evidente l’avvenuto processo di musealizzazione e di integrazione all’interno di un percorso di visita, rendendo il monumento un esempio di memoria storica e architettonica.
Bibliografia di riferimento:
Rappresentare la Storia. Il tempio di Ercole tra arte e realtà
Il Tempio di Ercole Vincitore nel Foro Boario costituisce un paradigma della stratificazione architettonica e delle dinamiche di ‘restauro’ attuate a Roma sin dall’epoca tardo-antica. Edificato tra il II e il I secolo a.C., l'edificio periptero circolare deve la sua eccezionale conservazione alla trasformazione medievale nella chiesa di Santo Stefano delle Carrozze (poi Santa Maria del Sole). Dall'analisi del disegno di Giovanni Antonio Dosio emerge l’approccio antiquario del suo autore: pur documentando persistenze medievali come il campanile, l’autore opera una liberazione del tempio antico, omettendo le tamponature tra le colonne per restituire un’immagine coerente con l’aspetto originario. Il passaggio da organismo vivo a spazio museale si compie con i restauri di Giuseppe Valadier (1809-1814), che rimosse le aggiunte successive all’epoca di costruzione e ricostruì il tetto, privilegiando una lettura filologica della monumentalità originaria. Tale evoluzione evidenzia la tensione teorica tra la conservazione della stratificazione storica e la ricerca di un’integrità formale ideale e idealizzata, ma rivela anche un approccio che ha privilegiato l’immagine ‘classica’ del monumento a discapito della memoria delle sue trasformazioni.
Bibliografia di riferimento:
Recupero e ripristino dell’antico
L'analisi del disegno di Matthijs Brill, eseguito alla fine del XVI secolo, documenta la configurazione storica del Foro Boario, focalizzandosi sull’arco di Giano e sul complesso di San Giorgio al Velabro. La basilica, di fondazione bizantina (VII sec.), presenta una struttura a tre navate con portico del XIII secolo e un campanile romanico. Sul carattere del luogo, ha inciso l’intervento attuato nel XX secolo dall’architetto Antonio Muñoz, che ha eliminato le stratificazioni seicentesche (non visibili, chiaramente, nel disegno di Brill) e ha modificato le quote pavimentali.
L’arco di Giano, di epoca costantiniana, ha subito una profonda trasformazione durante il Medioevo, quando i Frangipane lo adattano a fortificazione. I restauri ottocenteschi ne hanno rimosso erroneamente l'attico, ritenuto un'aggiunta posteriore. Nonostante i gravi danni subiti nell'attentato terroristico del 1993, di cui gli edifici circostanti recano ancora vari segni, gli interventi filologici successivamente attuati hanno ricomposto il fronte della chiesa. L'area, un tempo snodo stradale dinamico, appare oggi perimetrata e musealizzata, pur conservando le tracce dell’originaria irregolarità orografica del terreno.